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“Controluce”, regia di Marco Musso

 

Si chiama Marco Musso ed ha la passione per la regia iscritta nel Dna. Comincia a girare da giovanissimo, e oggi arriva al David con “Controluce”.

Cominciamo subito con la domanda di presentazione. Chi è …?

Sembrerebbe semplice rispondere alla domanda “Chi e’…?” ma in realta’ per quel che mi riguarda tale richiesta non ha una risposta cosi scontata. Io amo definirmi comunicatore, per affinita’ col termine, per il mio desiderio di entrare in contatto con il mondo umano e creativo attraverso ogni linguaggio che esso rappresenta. E’ come voler parlare tutte le lingue del globo rispettandone i tempi e le caratteristiche.
Comunicare per me e’ diventata una passione.
Ho iniziato ad approcciarmi come regista all’eta’ di 10 anni, prendendo in mano una telecamera e cercando di interpretare, come fanno i bambini per emulazione, quel mondo prorompente che bussava alla porta della mia immaginazione attraverso lo spiraglio della televisione.
Da li mi si e’ aperto un mondo di possibilita’ di dialogo.

Tre domande da appassionato: qual è il suo regista preferito e il film/cortometraggio che non smetterebbe mai di rivedere? Perché?

Il mio regista preferito e’ Steven Allan Spielberg. Ho un’affinita’ elettiva nei suoi confronti.
Per la sua modalita’ comunicativa di sapersi accostare con umilta’ e forza ad ogni linguaggio e soggetto della comunicazione cinematografica. In lui vedo la capacita’ di saper affrontare con maestria i temi ludici e quelli drammatici della profondita’ umana.
Gia’ solo il fatto che il suo primo prodotto e’ stato un corto dal titolo “Amblin” che ha aperto la strada ad un percorso non solo professionale ma anche emotivo, lanciandolo poi nell’avventura della sua casa di produzione Amblin Entertainment.
Per quel che concerne i film ho una passione per “Al di là dei sogni” diretto da Vincent Ward che vede eccellere il mio attore preferito, Robin Williams. Non puo’ mancare “L’attimo fuggente”.

Da dove nasce l’idea per un cortometraggio? Dove trova gli spunti per realizzare le sue opere?

Per me i corti nascono come tutte le poesie che scrivo. E’ un impulso che nasce da dentro, un calore che si propaga, che diffondendosi inizia ad esplodere nella mia testa come immagini che si accavallano e che hanno la loro prima necessita’ di esprimere un’emozione che mia ha posseduto in quell’istante. Come alcuni critici hanno definito io sono il poeta dell’istintivita’. E’ come una mia necessita’ di raccogliere e congelare nel tempo la mia emozione, come a tutelarla dalle contaminazioni delle riflessioni, per lasciarla pura come e’ nata, pronta a sbocciare intonsa nel cuore di chi la vivra’ attraverso le mie immagini. Da qui la mia passione per la fotografia e soprattutto i macro. Io adoro scattare i dettagli che al mondo sfuggono.
Sembra quasi che siano i dettagli a chiamarmi.

La cosa più facile e quella più difficile durante le riprese?

Il momento delle riprese e’ come un rapporto d’amore, un confronto sul ring delle emozioni.
Quando si parte con il primo shot e’ come andare in auto analisi, come chiudersi dentro il proprio diario personale del cuore. Appena dai il via alle riprese inizi a sentir friggere l’emozione sotto le dita, il mondo sembra svanire e tutto si racchiude in quel contenitore, la mia concentrazione va li. Mi potrebbero torturare ma non sento nulla. Lascio che sia il cuore a guidare le mie azioni, le mie scelte estetiche. Io sono cosi, un po’ Felliniano. Esiste una linea guida della storia, un canovaccio, ma tutto si gioca in ripresa, tutto si puo’ stravolgere e credo sia doveroso questo atteggiamento di estremo rispetto per le emozioni.

Corto è davvero più bello?

Io credo che ogni linguaggio abbia la sua forma ed il suo tempo. Corto e’ immediato, appartiene a una comunicazione piu’ rapida e quindi forse piu’ fruibile per tutti, ma non credo si parli di bellezza, forse piu’ di necessita’ per attrarre l’interesse di una societa’ spinta alla corsa folle del consumo spasmodico del tempo. E’ come quando chiedi ad estranei se desiderino guardare una tua opera e la prima risposta, oltretutto demoralizzante e svilente, e’ “Ma quanto dura?”. Io credo si debba parlare di emozioni. In base a quale sensazione vuoi raccontare esiste un tempo indicato. Come per la vita, non puoi pretendere di sintetizzare una vita intera in 5 minuti, magari puoi superficialmente sfiorarla ma poi e’ doveroso in umilta’ chinare il capo e dedicare il giusto tempo.

Qual è il suo stato d’animo quando, per necessità di lunghezza della pellicola, deve rinunciare ad una scena ben fatta?

Il primo insegnamento che ho avuto dal regista Salvatore Nocita e’ stato proprio questo, la necessita’ di non innamorarsi del proprio materiale. E’ normale che ogni inquadratura diventi come un piccolo frammento della propria anima, il vissuto a cui a fatica riesci a rinunciare. All’inizio sembra tutto indispensabile perche’ come girato inquadra il tuo punto di vista, le tue sensazioni. Ma poi diviene doverosa l’autocritica ai fini della comunicazione. Il montato deve suscitare l’emozione da me provata. Il tempo cinematografico e’ rigoroso. Qualsiasi estremizzazione di tempi e modi porta il fruitore ultimo a distrazione o fraintendimenti, quindi da professionista e’ doveroso eliminare qualsiasi possibile confusione.

Nell’ambito del cinema italiano, in che misura è possibile proporre delle nuove idee e quanto invece si deve venire a patti con i produttori e i gusti del grande pubblico?

Questa e’ una bella domanda. Io credo che il problema non sia il cinema italiano in se. Il problema e’ piu’ globalizzato. Quando si ragiona su un prodotto indipendente la natura del rapporto e’ di estrema liberta’. Quando invece, come in tutte le attivita’ anche di altra natura, si deve soddisfare la richiesta del pubblico o le esigenze economico produttive di committenti e sponsor cambia l’approccio di base. I corti per la loro natura d’indipendenza favoriscono la circolazione di nuovi stili che possono stimolare il pubblico ad una maturazione. L’importante e’ la sincerita’ con cui professionalmente ci si approccia al mezzo comunicativo, perche’ sappiamo perfettamente come il pubblico sia condizionabile dai media. Io ritengo si debba ricercare sempre l’evoluzione e non la coercizione.

Non può mancare una citazione per l’oscar di Paolo Sorrentino…

Paolo Sorrentino è un affermato regista, una persona che ha vissuto sulla propria pelle la necessita’ d’espressione. Sono orgoglioso di lui e del premio che e’ riuscito a riportare visibilita’ alla nostra nazione. Noi apparteniamo ad un unico pianeta ma purtroppo la testa della gente si limita per la paura di sconfinare. E’ come se sentissimo la necessita’ di difendere il piccolo orticello conosciuto senza prendere in considerazione le potenzialita’ della miscelazione di piu’ culture, in questo caso cinematografiche. Io sarei pronto all’esperimento. Per “La grande bellezza” sento un’affettivita’ particolare, perche’ ha permesso di rispolverare la natura cinematografica italiana. La meravigliosa, malinconica, solarita’ italiana.

Il David di Donatello è uno dei premi artistici nazionali più importanti. Cosa si prova ad essere inseriti tra i possibili vincitori della statuetta?

Sento una forte emozione. Non e’ facile mettersi in discussione e soprattutto non e’ semplice affidarsi al giudizio di giurati e pubblico perche’, come anticipatamente detto, nei film il regista lascia la propria impronta, una vera parte di cuore ed anima. Sono felice di affidare a questa manifestazione la possibilita’ di conoscermi e valutarmi. Come tutte le prove ti aiutano a capire pregi e difetti, dove migliorare e dove essere soddisfatto dei propri sforzi fisici ed emotivi. Non nego la speranza che ripongo in questa manifestazione, nella possibilita’ che la mia opera “Controluce” possa avere uno spazio di visibilita’, che il messaggio di difesa dei bambini e dei loro sogni possa diffondersi fra gli adulti che quotidianamente ed in leggerezza ignorano questo profondo spazio emotivo.

Prossimi progetti? Il sogno nel cassetto?

Sogni? Non ci sono sufficienti contenitori per raccoglierli. Io lascio libere le mie emozioni ed i progetti nascono come ogni primavera come fiori nel mio quotidiano. Non mi pongo limiti o mete a lunga scadenza. Io mi ritrovo ogni giorno a svegliarmi con la speranza di poter lasciare un nuovo segno, un nuovo progetto che sia cinematografico, fotografico, poetico o di altra natura. Voglio emozionarmi ed emozionare. La gente ne ha bisogno. I confini geografici ed umani imposti ci spingono troppo spesso all’oggettivita’ mentre l’essere umano ha bisogno di rallentare, spaziare, di godere delle vibrazioni del cuore. Devo sognare? Un film globale realizzato intorno al mondo, a raccontare alla gente quante emozioni si racchiudano in tutte le culture ed esperienze sociali ed umane.